Pedescala Valdastico 30.4.1945-2.5.1945

(Vicenza - Veneto)

Pedescala Valdastico 30.4.1945-2.5.1945
Descrizione

Località Pedescala, Valdastico, Vicenza, Veneto

Data 30 aprile 1945 - 2 maggio 1945

Matrice strage Nazifascista

Numero vittime 63

Numero vittime uomini 56

Numero vittime bambini 1

Numero vittime uomini ragazzi 4

Numero vittime uomini adulti 40

Numero vittime uomini anziani 11

Numero vittime donne 7

Numero vittime donne ragazze 1

Numero vittime donne adulte 3

Numero vittime donne anziane 3

Descrizione: Gli autori delle stragi di Pedescala e Settecà sono certamente da ricercare tra quei reparti di retroguardia, che dal 26 aprile tentano inutilmente di utilizzare le vie di fuga alternative alla Valle dell’Astico ormai intasata, cioè la Val Posina e gli altopiani di Tonezza e dei Sette Comuni. La loro furia criminale si scatena soprattutto per la rabbia impotente di non riuscire a salire sull’Altopiano dei Sette Comuni. Un tentativo che si configura come una battaglia continua, a fasi alterne, tra il 26 aprile e la sera del primo maggio, tra i partigiani arroccati sui costoni del Castelletto, e i nazifascisti che, malgrado i cannoni, le mitragliatrici e i mortai posizionati a Barcarola, Pedescala e Forni e i continui attacchi di fanteria, non riescono a passare. Ma probabilmente non è solo questo a scatenare la rabbia dei nazifascisti; infatti, nel suo ultimo lavoro in corso di stampa, Sonia Residori segnala che:
- Nel tardo pomeriggio del 28 aprile, arrivano a Settecà, quattro uomini, tre in divisa SS e uno in abiti civili: sono agenti dei servizi segreti tedeschi, il BdS-SD. Una squadra di partigiani della “Garemi” li cattura, ma due di loro riescono successivamente a fuggire. Restano in mano partigiana solo l’italiano Silvio Varotto e il viennese Anton Deutsch.
- Nelle prime ore del 30 aprile il 263° Ost-Bataillon, da giorni accampato a Pedescala-Barcarola e Forni, e fino ad allora impegnato a tentare di sfondare gli accessi agli altopiani, parte per l’alta valle in direzione di Carbonare e del Trentino. Il paese di Pedescala si svuota, ma vi rimangono ancora tedeschi e “russi” isolati. Un gruppo di partigiani e civili di Pedescala, “penetrarono nelle abitazioni, aiutandosi in alcuni casi con scale, e catturarono una ventina di soldati che stavano dormendo nelle case occupate e nell’asilo del paese”. Successivamente qualcuno di quei soldati riesce a fuggire.
- Nel primo mattino del 30 aprile molti abitanti di Pedescala, civili e partigiani, anche alcune donne, bambini e forse lo stesso parroco, cominciarono a raccogliere le armi abbandonate dal nemico, probabilmente per organizzare la difesa del paese, come d'altronde era già avvenuto in altri paesi nella pedemontana in quei giorni. Ma “verso le 9.30-10.00, al ponte che dalla strada provinciale 350 porta a Pedescala, un gruppo di civili e di partigiani si scontrò con alcuni soldati tedeschi”.
Dal momento dello scontro all’aggressione vera e propria a Pedescala passò un intervallo di tempo e nel frattempo gli “uomini capaci di maneggiare le armi si impossessarono chi di pistole, chi di mitragliatrici, chi di fucili, chi di mortai. Alcuni fra i più coraggiosi si attestarono in località Roncati a un centinaio di metri in linea d’aria dalla strada provinciale Valdastico, altri sopra il paese in località Chiesetta del Redentore”. Verso le 11:00 arriva in paese una colonna tedesca, che si apre la strada anche con uno o più carri armati. Ogni resistenza è vana: un carro armato “passa per le vie del paese, incendiando le case con il lanciafiamme e gettando a destra e a sinistra bombe a mano. Contemporaneamente i nazifascisti penetrano nelle case, rincorrendo i fuggiaschi e uccidendo con i mezzi più crudeli quanti riescono ad afferrare. Costringono i vivi a gettare i cadaveri sul fuoco e subito uccidono anche quelli”.
Contemporaneamente le truppe tedesche procedono all’occupazione anche di Forni e Settecà: tutte le donne e i bambini sono cacciati dalle case e riuniti a parte, nelle scuole comunali, mentre gli uomini rastrellati vengono rinchiusi nei locali del Dopolavoro che si trova nella piccola piazza del paese. Alle 17 di quel pomeriggio gli uomini in ostaggio (62) sono divisi in due gruppi: da una parte 15 “forestieri”, ossia 7 reduci dalla Germania e 8 tecnici della Todt che si erano fermati a Forni per aspettare la fine della ritirata tedesca, 16 abitanti di Forni e 1 di Settecà, per un totale di 32 persone, dall’altra tutti gli altri (30). Quindi, fatto uscire il gruppo dei 32 ostaggi, li avviano verso Settecà passando attraverso il ponte sull’Astico. Alle prime case, sono fatti entrare in un sottoportico e quando «fummo entrati tutti, arrivò un tedesco con un grappolo di bombe a mano, che gettò in mezzo a noi. Contemporaneamente alle bombe a mano, sventagliate di mitraglia dalle porte e dalle finestre, ad altezza d’uomo». Dieci ostaggi rimangono subito uccisi, gli altri più o meno gravemente feriti. Poiché il fuoco non si è sviluppato a sufficienza con le granate, i soldati tornano a Forni a prendere la benzina per bruciare il fabbricato e i cadaveri. Per sfuggire alle fiamme divampate, gli ostaggi feriti e illesi cercano una via d’uscita. La sentinella posta sul campanile di Forni si accorge che gli ostaggi stavano fuggendo e da l’allarme: si scatena una caccia all’uomo, alcuni sono inseguiti fino al vicino paese di Forme Cerati; taluni sono subito catturati: «Ci ripresero e ci allinearono sull’argine» …; i morti in tutto furono 19, undici abitanti di Forni, tre reduci dalla Germania, quattro tecnici della Todt e il giovanissimo Giorgio Sella di Settecà. Altri 13, di cui 7 feriti, riuscirono a salvarsi.
“La lunga e dolorosa giornata di lunedì 30 aprile stava finendo e verso le 20, con il buio, ambo le parti diminuirono l’intensità degli attacchi fino a quasi cessare del tutto. A Pedescala i soldati erano diventati predoni: venne rubato di tutto, dagli oggetti preziosi al denaro, alla biancheria di casa e personale. Basta scorrere la lista, avvallata dall’Intendenza di Finanza, dei beni dei quali nel dopoguerra i superstiti e gli eredi domandarono il risarcimento, per avere un’idea della vastità dei danni arrecati alla popolazione. Ciò che non riuscirono ad asportare venne distrutto. Le poche persone rimaste in paese dovettero stare al loro servizio. Dopo aver ucciso i loro uomini, padri, mariti e fratelli, costrinsero le donne del paese a preparare da mangiare nelle case dove si erano accasermati: «quasi tutte le galline del paese servono a tale scopo: il vino, i grassi, i salami che la povera gente teneva gelosamente in riserva per il ritorno dei prigionieri, passa in loro proprietà. Intanto avviene qualche caso triste … una famiglia è visitata da un bruto … in qualche altra famiglia altri casi si ripetono …»”.
Verso le ore 6 del 1° maggio rientra in funzione l’artiglieria tedesca contro le postazioni dei partigiani dell’Altopiano e questi dalle gallerie di Castelletto rispondono. Alle 11 inizia un nuovo attacco della fanteria nazifascista, che viene definitivamente respinto alle ore 16. Un ultimo attacco, nuovamente respinto, ha inizio due ore più tardi.
“Sia a Forni che a Pedescala, il movimento degli automezzi tedeschi durò per tutta la notte tra l’1 e il 2 maggio, fino alla loro partenza, all’alba. Alla fine si sentì un gran silenzio”. “Quel mattino, poco prima della partenza, secondo la testimonianza del medico Costalunga, i soldati uccisero Giovanni Pretto Mattion che dopo esser rimasto nascosto per due giorni sotto il tombino di una vasca di liquami, era uscito dal nascondiglio scambiando il silenzio di quel mattino per il cessato pericolo. Gli diedero fuoco, ma bruciò solo parzialmente”.

Modalità di uccisione: incendio,uccisione con armi da fuoco

Violenze connesse: furto e-o saccheggio,incendio di abitazione,minamenti e esplosioni,stupro

Trattamento dei cadaveri: Occultamento dei cadaveri

Tipo di massacro: ritirata

Estremi e note penali: “Il 7 giugno 1945 fu formata la Commissione che si recò non solo a Pedescala e a Settecà per interrogare i testimoni e far luce sulle due stragi, ma anche a Treschè Conca, una località vicina, frazione del comune di Roana sull’altopiano dei Sette Comuni, per indagare sull’eccidio compiuto dai tedeschi in quel luogo solamente tre giorni prima, il 27 aprile 1945. Dalla posizione dei documenti all’interno del materiale archivistico, appare evidente che la Commissione alleata riteneva collegate tutte e tre le stragi, ma la convinzione rimase un’idea non corroborata da nessun elemento valido né dalle prove materiali né dalle testimonianze assunte. Di fatto, però, il 5 dicembre 1946 il col. JAGD Tom H. Barratt comunicava al War Crimes Branch che le indagini erano state chiuse il precedente 2 maggio 1946 dal momento che non risultava coinvolto personale americano o inglese e che era stato trasmesso il materiale al Governo italiano. Sappiamo poi che una volta in Italia il fascicolo finì in quello che viene ormai comunemente chiamato “armadio della vergogna”, un armadio contenente centinaia di fascicoli processuali sui crimini nazisti, “dimenticato” per decenni nei locali della Procura Generale Militare, a palazzo Cesi a Roma. Il fascicolo relativo al massacro di Pedescala-Settecà (contente però anche i documenti relativi a quello di Tresche Conca) divenne il n. 2102 recante la triste intestazione di «Contro: Piazza, Caneda [sic] (Brigata Nera) e 33 militari saldatori [sic] delle SS», che il procuratore generale militare Enrico Santacroce archiviò provvisoriamente il 14 gennaio 1960 «poiché, nonostante il lungo tempo trascorso dalla data del fatto anzidetto, non si sono avute notizie utili per la identificazione dei loro autori e per l’accertamento della responsabilità». …Il procedimento aperto dalla Procura militare di Padova nel 1989 «nei confronti di ignoti militari della FF.AA. germaniche», su due istanze presentate da Giuseppe Stenghele, e ben presto chiuso, fu riaperto dapprima nel 1996 su richiesta di Francesco Stenghele, quando venne ritrovato in Argentina, Bruno Caneva, che la voce popolare indicava assieme a Victor Piazza, come uno dei due italiani, riconosciuti dai paesani e sicuramente presente al massacro e poi due anni più tardi su sollecitazione del Comitato vittime civili di Pedescala che aveva consegnato ulteriori documenti probanti. Il procedimento venne definitivamente archiviato dal procuratore militare Roberto Rivello il 21 luglio 2000, in quanto all’epoca dei fatti esistevano tre fratelli Caneva di Asiago, Bruno, Adelmo e Antonio, ma i sopravvissuti non erano riusciti ad identificare correttamente quale dei tre era stato visto in paese durante il massacro.”
(da Niente altro che polvere di S. Residori)

Annotazioni: Le colonne tedesche entrate in Val d’Astico, superata Contrà Busatti di Lastebasse, sono costrette a rallentare di molto la loro ritirata. Ciò a causa della strada che si fa tortuosa, dell’ingente traffico, degli attacchi di partigiani e dell’aviazione Alleata. Nella zona, tutte le altre vie di comunicazione verso la Val d’Adige e la Valsugana (Passo della Borcola per la Val Posina da Arsiero; Folgaria e Fiorentini per Tonezza da Barcarola di Valdastico; Val d’Assa per Rotzo e Roana da Pedescala) oltre che ancora più tortuose, sono controllate dalle formazioni della resistenza armata; tornare indietro non è più possibile perché ormai la retroguardia tedesca ha già fatto saltare tutti i ponti e comunque gli Alleati stanno avanzando.
In quei giorni i tedeschi tentano inutilmente di salire sugli altopiani dei Sette Comuni e di Tonezza, o di entrare in Val Posina, sia nel tentativo iniziale di posizionarsi sulle postazioni difensive della “Linea Blu” realizzata dalla Todt che, successivamente, per dirigersi verso il Trentino. I partigiani, da parte loro, hanno l’ordine di impedire che ciò avvenga, sia al fine di obbligare i tedeschi a percorrere la Val d’Astico, più facilmente controllabile e attaccabile dall’aviazione Alleata e dai reparti partigiani, che per fermare i saccheggi e le violenze contro la popolazione di paesi e contrade delle valli secondarie e degli altopiani.
Nel pomeriggio del 26 aprile 1945, a Sessi di Castelletto di Rotzo, una località che dall’Altopiano dei Sette Comuni guarda verso la Val d’Astico, all’inizio della strada che scende verso Pedescala, un reparto dell’ Ost-Bataillon 263, probabilmente intenzionato a posizionarsi sulle balze del Bostel (nelle fortificazioni della “Linea Blu”), o a raggiungere il resto del battaglione a valle, viene attaccato dai partigiani della Compagnia “Nembo” (comandata da Giovanni Giacomelli “Nembo”) della Brigata garibaldina “Pino”. E' presente anche Giovanni Garbin “Marte”, il comandante della “Pino”. Ne segue un combattimento molto violento che si protrae per un paio d’ore. Altri due reparti tedeschi sono costretti ad intervenire in aiuto del primo, uno con intenso fuoco di mitragliatrici da Cima Arde, a nord di Forte Corbin ed estremo versante sinistro della Val d’Assa, l’altro mettendo in funzione i suoi mortai da località Torre (torre scaligera). Il reparto della “Pino” è costretto a ripiegare lasciando sul terreno due partigiani (Stefani e Dal Pozzo), ma riuscendo comunque a obbligare i “russi” del battaglione orientale a ripiegare a loro volta verso Pedescala, e a rinviare la salita di nuovi reparti tedeschi verso l’Altopiano. Il 28, a Velo d’Astico, il Btg. “Marzarotto” della Brigata garibaldina “Pasubiana” occupa il paese, ma è costretto allo sgombero da un contrattacco del 263° Battaglione “russo”. Tedeschi e “russi” di retroguardia, durante la notte del 28, bloccano la strada che collega Velo d’Astico con Arsiero (via Perale), demolendo mediante scoppio di mina un grosso pilone in cemento. Il 29 fanno saltare Ponte Pilo che collegava Piovene Rocchette con Cogollo del Cengio, successivamente fanno saltare il ponte stradale che attraversa il torrente Posina a Seghe di Velo, ed infine fanno scoppiare una mina precedentemente predisposta sotto un piccolo ponte sulla strada provinciale Arsiero-Barcarola, al bivio per Contrà Pria e Maglio. Sempre il 29, a Velo d'Astico, in località Fabbrica (via Brandilini), cannoneggiamento tedesco a copertura della ritirata. Ancora il 29, è battaglia anche alla Costa del Vento, sopra Barcarola lungo la vecchia “Strada del monte” che porta a Tonezza. Qui i tedeschi sono ricacciati indietro lasciando in mani partigiane un grosso bottino di armi e 24 prigionieri. Il 30, vi è un cannoneggiamento tedesco di copertura verso Arsiero, e viene fatto saltare anche il ponte-viadotto ferroviario sul torrente Posina (rotabile Velo-Arsiero e linea ferroviaria Thiene-Arsiero). In Val Posina,“Un’autocolonna tedesca inoltratasi fino al paese di Posina veniva attaccata dal nostro locale presidio; 3 macchine venivano distrutte ed una catturata, Inoltre il nemico perdeva 12 uomini. L’autocolonna era costretta a ritornare in direzione Arsiero. In località Castana veniva nuovamente attaccata da un altro distaccamento. Altre 2 macchine venivano distrutte e 5 nemici rimanevano sul terreno”. Sempre il 30 aprile, al Castelletto di Rotzo la Compagnia “Nembo” della Brigata garibaldina “Pino”, che dal 26 aprile è impegnata a respingere i continui tentativi tedeschi di salire in Altopiano, è ancora sotto attacco; in suo aiuto arrivano 2 compagnie della Brigata “Fiamme Verdi” (“M. Zebio”e “M. Lemerle”), e un centinaio di partigiani del 1° e 2° Btg. della Brigata “Fiamme Rosse”, tutti del Gruppo Brigate “Sette Comuni”. Ancora nella notte (fredda e nevosa) tra il 30 aprile e il 1 maggio e durante tutta la giornata successiva, i reparti tedeschi tentano di salire da Pedescala verso Rotzo, ma sono ancora respinti malgrado la copertura garantita loro dal martellare dalla loro artiglieria (almeno 3 pezzi di “Flak 88”). Verso serra, alle 18, in uno degli ultimi scontri cade il partigiano “Mantova” e Mario Mosele “Greco” è gravemente ferito. Alle ore 3,00 del 2 Maggio, i tedeschi desistono definitivamente.

Note sulla memoria (per maggiori informazioni vedi la sezione apposita): “ […] Il 2 maggio è il giorno della capitolazione delle forze tedesche in Italia, ma anche il giorno della strage di Avasinis, piccola frazione del comune di Trasaghis in provincia di Udine, località dove sono uccisi 51 abitanti, tra cui 5 bambini e due donne anziane. Dopo il massacro i soldati delle SS prendono 40 donne in ostaggio, utilizzandole come “scudi umani” e minacciando di ucciderle se i partigiani li avessero attaccati. Due di loro sono violentate fino al mattino successivo, quando un colpo di pistola alla nuca pone fine al loro martirio. Ad Avasinis si parla di un gruppo di partigiani che vogliono contrastare la ritirata tedesca, a Pedescala di raffiche sparate dai monti circostanti e per 65 anni si è discusso e litigato se a sparare sono stati i partigiani o giovani civili. Si deve considerare che la presenza tedesca in Italia è contraddistinta da una continua ritirata, lungo tutta la penisola italiana, a volte più lenta, altre volte più rapida, lasciando dietro a sé una lunga scia di massacri di civili inermi, anche in zone prive di partigiani, come l’Italia meridionale che non ha neppure visto nascere il movimento partigiano. […] In alcuni luoghi dove sono avvenute le stragi naziste, la memoria dei superstiti è molto sicura nell’attribuire la colpa a coloro che li attuarono, cioè ai soldati tedeschi. Più spesso, tuttavia, i tedeschi sono stati per così dire dimenticati, e la memoria delle stragi presenta un carattere comune: ovunque i superstiti hanno trovato un capro espiatorio per il lutto, un colpevole che si colloca in ambito locale. I tedeschi, così, diventano un’entità quasi non umana, una furia della natura quasi incolpevole, simili alla peste o alla grandine che nei tempi passati seminavano distruzione e morte. Colpevoli, invece, sono i partigiani individuati come responsabili, perché sono uomini dei paesi vicini o comunque della stessa terra, persone con le quali la vita continua e che si possono fare carico della colpa dell’orrore attraverso la quale elaborare il lutto. Anche a Guardistallo (Pi), come a Pedescala, i partigiani vennero incolpati non solo di aver ucciso il tedesco, ma di non essere intervenuti durante la strage in aiuto alla popolazione. […] Nel corso del tempo, poi, si è costruita la memoria del massacro subìto ad opera dei sopravvissuti che hanno dovuto superare il trauma del ricordo, lo choc psicologico della perdita cruenta dei propri cari. Dal momento che i colpevoli non sono mai stati processati e condannati, e che le uccisioni appaiono senza una valida causa, i superstiti furono incapaci di dimenticare, obbligati a ripensare ancora e ancora alle azioni passate (cosa avevano fatto i partigiani, i fascisti repubblichini, i tedeschi, loro stessi) per comprendere perché la strage è avvenuta. Si produsse così un racconto che si è formato di bocca in bocca, che raccoglie le varie fila dei ragionamenti ripetuti all’infinito, sempre uguali a se stessi, con i quali si cerca di dare un senso a questi eventi terribili e che spesso identificano un colpevole, un capro espiatorio ….. e non c’è dubbio che i partigiani, per colpire i quali spesso le stragi sono state compiute, si prestano molto ad incarnare questo ruolo, diventando la causa prima del massacro. […] Si può certamente affermare che, nell’ambito della lotta armata, alcune azioni dei partigiani sono militarmente, tatticamente, logisticamente sbagliate. Inoltre, non è possibile dare per scontato che sempre le scelte compiute dai partigiani siano inevitabili, perché sarebbe l’equivalente di operare la stessa semplificazione di chi sostiene che gli ufficiali e i soldati tedeschi che si macchiano di azioni inumane non hanno alternativa al loro comportamento a causa degli ordini che ricevono. Ma non possono essere considerate la causa del massacro. […] Ciò che per i cittadini di Pedescala è la vita, per i soldati tedeschi era un lavoro da sbrigare la mattina, per continuare a vivere la sera come se nulla fosse accaduto. […] Per i tedeschi uccidere è diventato un’occupazione talmente banale che non vi facevano più caso. Per quanto accaduto a Pedescala non sono necessarie una causa o un motivo particolare. Qualsiasi occasione poteva andare bene. […] i tedeschi sono in guerra da sei anni ed è “normale” che si aspettino un attacco nemico, perché ne hanno occupato il paese e massacrato la gente (come del resto in tutta Europa). La guerra è sempre fatta di attacchi del nemico. Ma la popolazione di Pedescala è vittima di quella parte dei tedeschi che ha trasformato la guerra in sterminio di civili. Nella memoria locale il tedesco rimane l’esecutore materiale della strage, paradossalmente sprovvisto, tuttavia, di una personalità e di una responsabilità morale e politica. Una sorta di forza della natura, dotata di un enorme potere distruttivo, che però non nuoce se fosse stata lasciata indisturbata. La colpa si appunta su chi si è preso la responsabilità di sparare, di reagire ai soprusi. […]”. (da La banalità del massacro di S. Residori).

Scheda compilata da Pierluigi Dossi
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Ultimo aggiornamento dei dati: 2016-10-07 13:31:52

Vittime

Elenco vittime

1. Angeli Antonio di Francesco, cl. 1909; marito di Ada Cruciani di Cesare da Pedescala; maresciallo della GNR della Strada, capo magazziniere presso la Scuola della GNR della Strada di Piovene Rocchette;
2. Carlassare don Fortunato di Margherino, cl. 1910; parroco di Pedescala;
3. Carlassare Margherino di Fortunato, cl. 1879; padre del parroco;
4. Crivellaro Lucia in Pretto di Antonio, cl. 1907; moglie di Pretto Giovanni Antonio di Matteo;
5. Dal Pozzo Valentino di Nicolò, cl. 1887;
6. Fabrello Silvio di Angelo, cl. 1910; residente a Piovene Rocchette;
7. Gerosa Angelo di Giuseppe, cl. 1874;
8. Gerosa Augusto di Giuseppe, cl. 1878;
9. Giacomelli Attilio di Francesco, cl. 1900;
10. Giacomelli Augusto di Francesco, cl. 1907; marito di Marangoni Lucia;
11. Giacomelli Bruno di Giovanni, cl. 1923;
12. Giacomelli Francesco di Francesco, cl. 1903;
13. Giacomelli Francesco di Giovanni, cl. 1859;
14. Giacomelli Francesco di Nicolò, cl. 1899;
15. Giacomelli Giovanni di Francesco, cl. 1892;
16. Giacomelli Giuseppe di Pietro, cl. 1894;
17. Giacomelli Leonardo di Giovanni, cl. 1888;
18. Giacomelli Leonardo Giovanni di Rocco, cl. 1911;
19. Giacomelli Pietro di Pietro, cl. 1868;
20. Giacomelli Rocco di Leonardo, cl. 1884;
21. La Lampa Pasquale Celestino di Girolamo, cl. 1880; residente a Vicenza; marito di Gemma Giacomelli da Pedescala; brigatista (sergente maggiore) della 22^ BN “Faggion di Vicenza e torturatore a Palazzo Littorio con Angelo Bruno Girotto “Paltan” e il tenente Umberto Bronco;
22. Lorenzi Amabile di Antonio, cl. 1874;
23. Lorenzi Letizia di Giovanni, cl. 1906;
24. Marangoni Angela di Gio Batta, cl. 1929;
25. Marangoni Antonio di Gio Batta, cl. 1900;
26. Marangoni Caterina di Gio Batta, cl. 1850;
27. Marangoni Francesco di Francesco Sante, cl. 1911;
28. Marangoni Gio Batta di Sante, cl. 1897;
29. Marangoni Giovanni Matteo di Antonio, cl. 1912;
30. Marangoni Giovanni Pietro di Matteo, cl. 1913;
31. Marangoni Guido di Giovanni, 1915;
32. Marangoni Leonardo di Antonio, cl. 1872;
33. Marangoni Leonardo di Gio Batta, cl. 1888;
34. Marangoni Leonardo di Matteo, cl. 1885;
35. Marangoni Lucia Maria in Pretto di Antonio, cl. 1884; moglie di Pretto Giovanni di Nicola;
36. Marangoni Matteo di Matteo, cl. 1880;
37. Mattielli Simeone di Giovanni, cl. 1885;
38. Mazzucco Antonio di Francesco, cl. 1896;
39. Nicolussi Giovanni di Cristiano, cl. 1868;
40. Panozzo Giovanni di Michele, cl. 1904;
41. Panozzo Luigi di Giovanni, cl. 1906;
42. Pretto Claudio di Giovanni Battista e Giovanna Dal Pozzo; cl. 1940;
43. Pretto Francesco di Francesco; cl. 1890;
44. Pretto Franco di Francesco, cl. 1928;
45. Pretto Giacomo Coronello di Giuseppe, cl. 1910;
46. Pretto Gio Maria di Giuseppe, cl. 1893;
47. Pretto Giovanni di Giovanni, cl. 1884;
48. Pretto Giovanni Antonio di Matteo; cl. 1901; ucciso all’alba del 2 giugno; marito di Lucia Crivellaro di Antonio;
49. Pretto Giovanni di Nicola; cl. 1875; marito di Lucia Maria Marangoni;
50. Pretto Giovanni Battista di Nicolò, cl. 1910; papà di Claudio;
51. Pretto Margherita di Gio Batta; cl. 1880;
52. Pretto Nicola Antonio di Francesco, cl. 1910;
53. Pretto Nicola Michele di Michele, cl. 1921; partigiano della Brigata “Pasubiana”;
54. Pretto Simone di Giuseppe, cl. 1895;
55. Spagnolo Florio di Giovanni, cl. 1928;
56. Spagnolo Luigino di Giovanni, cl. 1933;
57. Stenghele Antonio di Francesco, cl. 1910;
58. Stenghele Domenico di Giovanni, cl. 1891;
59. Stenghele Francesco di Francesco, cl. 1875;
60. Stenghele Giovanni di Francesco, cl. 1857;
61. Stenghele Gio Batta di Gio Francesco, cl. 1875;
62. Stenghele Giovanni Gianni di Domenico, cl. 1932;
63. Tornaghi Paolina “Lina” in Giacomelli di Francesco, cl. 1910;

Elenco vittime civili 59

1. Carlassare Margherino di Fortunato, cl. 1879; padre del parroco;
2. Crivellaro Lucia in Pretto di Antonio, cl. 1907; moglie di Pretto Giovanni Antonio di Matteo;
3. Dal Pozzo Valentino di Nicolò, cl. 1887;
4. Fabrello Silvio di Angelo, cl. 1910; residente a Piovene Rocchette;
5. Gerosa Angelo di Giuseppe, cl. 1874;
6. Gerosa Augusto di Giuseppe, cl. 1878;
7. Giacomelli Attilio di Francesco, cl. 1900;
8. Giacomelli Augusto di Francesco, cl. 1907; marito di Marangoni Lucia;
9. Giacomelli Bruno di Giovanni, cl. 1923;
10. Giacomelli Francesco di Francesco, cl. 1903;
11. Giacomelli Francesco di Giovanni, cl. 1859;
12. Giacomelli Francesco di Nicolò, cl. 1899;
13. Giacomelli Giovanni di Francesco, cl. 1892;
14. Giacomelli Giuseppe di Pietro, cl. 1894;
15. Giacomelli Leonardo di Giovanni, cl. 1888;
16. Giacomelli Leonardo Giovanni di Rocco, cl. 1911;
17. Giacomelli Pietro di Pietro, cl. 1868;
18. Giacomelli Rocco di Leonardo, cl. 1884;
19. Lorenzi Amabile di Antonio, cl. 1874;
20. Lorenzi Letizia di Giovanni, cl. 1906;
21. Marangoni Angela di Gio Batta, cl. 1929;
22. Marangoni Antonio di Gio Batta, cl. 1900;
23. Marangoni Caterina di Gio Batta, cl. 1850;
24. Marangoni Francesco di Francesco Sante, cl. 1911;
25. Marangoni Gio Batta di Sante, cl. 1897;
26. Marangoni Giovanni Matteo di Antonio, cl. 1912;
27. Marangoni Giovanni Pietro di Matteo, cl. 1913;
28. Marangoni Guido di Giovanni, 1915;
29. Marangoni Leonardo di Antonio, cl. 1872;
30. Marangoni Leonardo di Gio Batta, cl. 1888;
31. Marangoni Leonardo di Matteo, cl. 1885;
32. Marangoni Lucia Maria in Pretto di Antonio, cl. 1884; moglie di Pretto Giovanni di Nicola;
33. Marangoni Matteo di Matteo, cl. 1880;
34. Mattielli Simeone di Giovanni, cl. 1885;
35. Mazzucco Antonio di Francesco, cl. 1896;
36. Nicolussi Giovanni di Cristiano, cl. 1868;
37. Panozzo Giovanni di Michele, cl. 1904;
38. Panozzo Luigi di Giovanni, cl. 1906;
39. Pretto Claudio di Giovanni Battista e Giovanna Dal Pozzo; cl. 1940;
40. Pretto Francesco di Francesco; cl. 1890;
41. Pretto Franco di Francesco, cl. 1928;
42. Pretto Giacomo Coronello di Giuseppe, cl. 1910;
43. Pretto Gio Maria di Giuseppe, cl. 1893;
44. Pretto Giovanni di Giovanni, cl. 1884;
45. Pretto Giovanni Antonio di Matteo; cl. 1901; ucciso all’alba del 2 giugno; marito di Lucia Crivellaro di Antonio;
46. Pretto Giovanni di Nicola; cl. 1875; marito di Lucia Maria Marangoni;
47. Pretto Giovanni Battista di Nicolò, cl. 1910; papà di Claudio;
48. Pretto Margherita di Gio Batta; cl. 1880;
49. Pretto Nicola Antonio di Francesco, cl. 1910;
50. Pretto Simone di Giuseppe, cl. 1895;
51. Spagnolo Florio di Giovanni, cl. 1928;
52. Spagnolo Luigino di Giovanni, cl. 1933;
53. Stenghele Antonio di Francesco, cl. 1910;
54. Stenghele Domenico di Giovanni, cl. 1891;
55. Stenghele Francesco di Francesco, cl. 1875;
56. Stenghele Giovanni di Francesco, cl. 1857;
57. Stenghele Gio Batta di Gio Francesco, cl. 1875;
58. Stenghele Giovanni Gianni di Domenico, cl. 1932;
59. Tornaghi Paolina “Lina” in Giacomelli di Francesco, cl. 1910;

Elenco vittime partigiani 1

1. Pretto Nicola Michele di Michele, cl. 1921; partigiano della Brigata “Pasubiana”;

Elenco vittime religiosi 1

1. Carlassare don Fortunato di Margherino, cl. 1910; parroco di Pedescala;

Elenco vittime indefinite 2

1. Angeli Antonio di Francesco, cl. 1909; marito di Ada Cruciani di Cesare da Pedescala; maresciallo della GNR della Strada, capo magazziniere presso la Scuola della GNR della Strada di Piovene Rocchette;
21. La Lampa Pasquale Celestino di Girolamo, cl. 1880; residente a Vicenza; marito di Gemma Giacomelli da Pedescala; brigatista (sergente maggiore) della 22^ BN “Faggion di Vicenza e torturatore a Palazzo Littorio con Angelo Bruno Girotto “Paltan” e il tenente Umberto Bronco;

Responsabili o presunti responsabili

Elenco reparti responsabili


Ost-Bataillon 263

Tipo di reparto: Wehrmacht

1. Fallschirmjäger-Division

Tipo di reparto: Wehrmacht
Appartenenza: Luftwaffe

4. Fallschirm-Jäger-Division

Tipo di reparto: Wehrmacht
Appartenenza: Luftwaffe

Leichte-Flak-Abteilung 914

Tipo di reparto: Wehrmacht
Appartenenza: Luftwaffe

Memorie

Memorie legate a questa strage

  • monumento a

    Tipo di memoria: monumento

    Descrizione: Monumento ai Caduti di tutte le guerre di Pedescala con le lapidi dei morti nella strage

  • luogo della memoria a

    Tipo di memoria: luogo della memoria

    Descrizione: “Viale dei Martiri”, dove ogni albero riporta il nome di una vittima.

  • onorificenza alla città a

    Tipo di memoria: onorificenza alla città

    Anno di realizzazione: 1983

    Descrizione: Nel 1983 il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, si recò a Pedescala per consegnare la Medaglia d’Argento al Valore Militare, medaglia che però venne rifiutata da una parte della popolazione con la seguente motivazione: «Spararono poi sparirono sui monti [sott. i partigiani], dopo averci aizzato contro la rabbia dei tedeschi, ci lasciarono inermi a subire le conseguenze della loro sconsiderata azione. Per tre giorni non si mossero, guardando le case e le persone bruciare. Con quale coraggio oggi proclamano di aver difeso i nostri cari?». Una sorta di autogiustificazione che riproponeva lo slogan riportato su un manifesto affisso pubblicamente e che, commentarono i giudici in una sentenza, costituiva «la provocazione più grave, ai limiti del vilipendio».

Bibliografia


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Sitografia


www.centrostudiluccini.it

Fonti archivistiche

Fonti

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IVSREC, Procura Militare di Padova fasc. 31796, 223/96, 236/96, 1953/96, 913/98;
ASTN, Sentenze CAS 1946, fasc. 32/46;
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Archivio Vescovi-Residori, Relazioni della 2° Btg., Brigata “Fiamme Rosse”, 1^ Compagnia “M. Lemerle” e 3^ Compagnia “M. Zebio” della Brigata “Fiamme Verdi”;
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