CODIGORO, 30.12.1944

(Ferrara - Emilia-Romagna)

CODIGORO, 30.12.1944

CODIGORO, 30.12.1944
Descrizione

Località Codigoro, Codigoro, Ferrara, Emilia-Romagna

Data 30 dicembre 1944

Matrice strage Fascista

Numero vittime 5

Numero vittime uomini 5

Numero vittime uomini adulti 5

Descrizione: Dopo l'uccisione di due fascisti ad Ariano ferrarese e dopo l'attentato alla caserma della GNR di Berra che causò la morte di quattro militi, in tutto il basso ferrarese si scatenò la reazione fascista. Le retate e i conseguenti arresti si susseguirono di giorno in giorno per settimane. Furono arrestate oltre 300 persone nel solo mese di dicembre e circa un centinaio in quello di gennaio, distribuite tra le carceri di Copparo e Codigoro.
Il 28 dicembre 1944 si riunì a Codigoro il Tribunale Militare Regionale di guerra di Padova, occupandosi, oltre che dei cinque condannati a morte, di altri sette partigiani.
Tutti gli imputati, ad eccezione di Previati, furono accusati di aver fatto parte di bande armate «da epoca imprecisata prossima e successiva all'8 settembre 1943 fino all'epoca del loro arresto, di una banda armata operante nel territorio di Codigoro e di Copparo con scopo di sabotaggio contro le FF. AA. Dell'Asse», tutti di concorso in rapina continuata a mano armata aggravata dal tempo di guerra, essendosi procurati armi ed indumenti, di detenzione di armi da guerra, per i tre elementi della GNR del reato di diserzione e, per il solo Peverati, di favoreggiamento a banda armata «per avere in Berra agevolato l'attività della banda (…), con l'ospitare nella propria abitazione il comando di Distaccamento e il Comando di Brigata, ospitando inoltre a più riprese certo Leo, non meglio identificato, capo di una formazione partigiana e per avere infine svolto attività per acquisire alla banda nuovi elementi».
Il tribunale dichiarò i cinque partigiani colpevoli di reati loro ascritti, condannandoli alla fucilazione alla schiena; altri sei imputati, uno dei quali minorenne, a pene varianti dai trenta ai ventiquattro anni di reclusione ed assolvendone uno.
I condannati a morte presentarono domande di grazia, respinte dal Comando Regionale di Bologna.
La fucilazione venne eseguita il 30 dicembre 1944 lungo il muretto perimetrale del cimitero di Codigoro da un plotone italiano.

Modalità di uccisione: fucilazione

Tipo di massacro: rappresaglia

Estremi e note penali: ASBo, Corte d'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 30, sentenza n. 47, 4 ottobre 1946
ASBo, Corte d'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 28, sentenza n. n. 46 del 18 agosto 1945
ASBo, Corte d'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 30, sentenza del 10 luglio 1946
ASBo, Corte d'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 29, sentenza n. 79, 20 settembre 1945
ASBo, Corte d'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 29, sentenza del 14 ottobre 1945

Note sulla memoria (per maggiori informazioni vedi la sezione apposita): La memoria dell\'episodio è ricordata ormai quasi solamente dai più anziani del paese

Scheda compilata da DAVIDE GUARNIERI
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Ultimo aggiornamento dei dati: 2016-03-26 23:18:02

Vittime

Elenco vittime

Bonaccorsi Ottorino, di Giovanni e Ida Campanella, nacque a Ferrara il 7 agosto 1907, fonditore, residente a Ferrara, via del Borgo di San Luca, 184. Partigiano della 35° brigata Bruno Rizzieri
Castellani Gino, di Luigi e Antonia Roma, nacque a Mesola l\'11 marzo 1904, abitante a Le Venezie (oggi Jolanda di Savoia), disertore della GNR In servizio presso il distaccamento di Copparo (Ferrara). Partigiano della 35° brigata Bruno Rizzieri
Contrastini Cimbro, di Iside e Cleonice Cavallari, nacque a Copparo il 3 agosto 1908 e residente a Le Venezie (oggi Jolanda di Savoia), disertore della GNR In servizio presso il distaccamento di Copparo (Ferrara). Partigiano della 35° brigata Bruno Rizzieri
Grandi Romeo, di Luigi e Luigia Sovrani, nacque a Le Venezie (oggi Jolanda di Savoia), il 10 agosto 1923, disertore della GNR. Partigiano della 35° brigata Bruno Rizzieri
Previati Angelo, detto Palmiro, di Aldobrando e Teresa Biolcati, nacque a Berra il 12 febbraio 1896, ivi residente in via Pennacchiera, 120, operaio agricolo. Partigiano della 35° brigata Bruno Rizzieri. Medaglia d\'argento al valor militare. La sua abitazione si può dire che fu un punto di snodo per la diffusione delle idee antifasciste verso il più profondo basso ferrarese. Previati ammise di conoscere la maestra socialista Alda Costa, morta in carcere a Copparo, sin dagli anni Venti. Raccontò di riunioni tenute sia in casa della Costa, presenti anche Autunno Ravà ed un bondenese di nome Zerbini, sia in un\'altra abitazione di Ferrara dove, tra gli altri, fu presente Luigi Cavicchini, uno dei fucilati di Goro. Alda Costa disse loro di tornare alle rispettive case «e costituire in diversi comitati il collegamento l\'uno con l\'altro in maniera di essere uniti e pronti ad ogni evenienza. Iniziai così – raccontò Previati alle BN - la mia attività politica socialista nel comune di Berra (...)». Ricevette e diffuse stampa clandestina e la sua casa divenne prima sede di un distaccamento della 35° brigata intitolato al patriota Cavicchini, e quindi il comando vero e proprio della 35° Brigata Bruno Rizzieri, ospitando più volte \'Alberto\', Giuseppe D\'Alema, ufficiale di collegamento inviato da Bulow per organizzare al meglio il movimento partigiano nel ferrarese.

Elenco vittime partigiani 5

Bonaccorsi Ottorino
Castellani Gino
Contrastini Cimbro,
Grandi Romeo

Responsabili o presunti responsabili

Elenco reparti responsabili


Brigata nera reparto imprecisato

Tipo di reparto: Brigata Nera

Elenco persone responsabili o presunte responsabili


  • Antonio Manocchio

    Nome Antonio

    Cognome Manocchio

    Ruolo nella strage Collaboratore

    Stato imputato in procedimento

    Note responsabile Antonio Manocchio, nacque a Campobasso, il 7 febbraio 1922. Agente di pubblica sicurezza, collaboratore.

    Note procedimento Tra i vari capi di imputazione per i quali furono processati lui e gli altri uomini di De Sanctis, vi fu quello di concorso nel delitto di quintuplice omicidio aggravato «per avere adoperato maltrattamenti e sevizie allo scopo di estorcere le confessioni da farsi valere innanzi a un sedicente Tribunale (…) con la volontà e la coscienza di cagionare la morte delle vittime». La CAS di Ferrara il 14 ottobre 1945 condannò Apollonio, D\'Ercole, Valli e Balugani alla pena capitale, Manocchio, Lanzarotta e Roversi a 30 anni di carcere. «La Corte di Cassazione, con sentenza del 12 febbraio 1946, accogliendo il ricorso (…) avanzato circa l\'illegalità della pena capitale loro inflitta, siccome già abolita col DLL 10 agosto 1944 n. 244, sostiuiva a detta pena quella dell\'ergastolo con l\'aggravamento dell\'isolamento». Fu la Corte d\'Assise di Bologna, il 6 dicembre 1947, a fissare in un anno la durata dell\'isolamento e ad applicare il condono previsto dal Decreto Presidenziale 22 giugno 1946, commutando l\'ergastolo in trenta anni di reclusione. A seguito della assoluzione ottenuta da Carlo De Sanctis il 27 giugno 1951 dinnanzi alla Corte d\'Assise di Macerata, da tutti ventitrè gli omicidi di cui era stato accusato, gli otto componenti della banda, coinvolti indirettamente nell\'omicidio dei cinque partigiani, presentarono istanza di revisione, opponendo l\'inconciliabilità tra la sentenza della CAS ferrarese e quella della corte maceratese. Il 30 novembre 1951 la Cassazione accolse l\'istanza «perchè manca la prova che [abbia] commesso il fatto» e, annulando sia la sentenza di Ferrara sia quella di Bologna, rinviò tutti gli imputati dinnanzi alla Corte d\'Assise d\'Appello di Ancona per un nuovo giudizio. Il 28 luglio 1953 venne promulgata la sentenza: pronunciando in sede di revisione come alla sentenza della Corte di Cassazione del 30 novembre 1951, relativamente alla fucilazione del 30 dicembre 1945, la Corte li assolse per non aver commesso il fatto, poiché, riferendosi alla sentenza che aveva mandato assolto De Sanctis, «mancava ogni nesso di causalità, sia morale che materiale tra l\'attività spiegata dal De Sanctis ed il luttuoso evento» ed osservando, inoltre che il Tribunale Militare che emanò la condanna a morte, assolse alcuni imputati e ne condannò al carcere altri, dimostrando così che l\'attività investigativa e preparatria di De Sanctis, non condusse necessariamente tutti gli imputati alla fucilazione. Se De Sanctis fu assolto, lo dovevano essere anche i suoi uomini che eseguirono i suoi ordini.

  • Baldassarre Lanzarotta

    Nome Baldassarre

    Cognome Lanzarotta

    Ruolo nella strage Collaboratore

    Stato imputato in procedimento

    Note responsabile Baldassarre Lanzarotta, nacque ad Agrigento il 22 giugno 1903. Brigadiere di pubblica sicurezza, detenuto dal 9 giugno 1945

    Note procedimento Tra i vari capi di imputazione per i quali furono processati lui e gli altri uomini di De Sanctis, vi fu quello di concorso nel delitto di quintuplice omicidio aggravato «per avere adoperato maltrattamenti e sevizie allo scopo di estorcere le confessioni da farsi valere innanzi a un sedicente Tribunale (…) con la volontà e la coscienza di cagionare la morte delle vittime». La CAS di Ferrara il 14 ottobre 1945 condannò Apollonio, D\'Ercole, Valli e Balugani alla pena capitale, Manocchio, Lanzarotta e Roversi a 30 anni di carcere. «La Corte di Cassazione, con sentenza del 12 febbraio 1946, accogliendo il ricorso (…) avanzato circa l\'illegalità della pena capitale loro inflitta, siccome già abolita col DLL 10 agosto 1944 n. 244, sostiuiva a detta pena quella dell\'ergastolo con l\'aggravamento dell\'isolamento». Fu la Corte d\'Assise di Bologna, il 6 dicembre 1947, a fissare in un anno la durata dell\'isolamento e ad applicare il condono previsto dal Decreto Presidenziale 22 giugno 1946, commutando l\'ergastolo in trenta anni di reclusione. A seguito della assoluzione ottenuta da Carlo De Sanctis il 27 giugno 1951 dinnanzi alla Corte d\'Assise di Macerata, da tutti ventitrè gli omicidi di cui era stato accusato, gli otto componenti della banda, coinvolti indirettamente nell\'omicidio dei cinque partigiani, presentarono istanza di revisione, opponendo l\'inconciliabilità tra la sentenza della CAS ferrarese e quella della corte maceratese. Il 30 novembre 1951 la Cassazione accolse l\'istanza «perchè manca la prova che [abbia] commesso il fatto» e, annulando sia la sentenza di Ferrara sia quella di Bologna, rinviò tutti gli imputati dinnanzi alla Corte d\'Assise d\'Appello di Ancona per un nuovo giudizio. Il 28 luglio 1953 venne promulgata la sentenza: pronunciando in sede di revisione come alla sentenza della Corte di Cassazione del 30 novembre 1951, relativamente alla fucilazione del 30 dicembre 1945, la Corte li assolse per non aver commesso il fatto, poiché, riferendosi alla sentenza che aveva mandato assolto De Sanctis, «mancava ogni nesso di causalità, sia morale che materiale tra l\'attività spiegata dal De Sanctis ed il luttuoso evento» ed osservando, inoltre che il Tribunale Militare che emanò la condanna a morte, assolse alcuni imputati e ne condannò al carcere altri, dimostrando così che l\'attività investigativa e preparatria di De Sanctis, non condusse necessariamente tutti gli imputati alla fucilazione. Se De Sanctis fu assolto, lo dovevano essere anche i suoi uomini che eseguirono i suoi ordini.

  • Carlo De Sanctis

    Nome Carlo

    Cognome De Sanctis

    Ruolo nella strage Collaboratore

    Stato imputato in procedimento

    Note responsabile Carlo De Sanctis nacque a Morra De Sanctis (Avellino) il 24 luglio 1916 da Paolo e Giuseppina Cargani. Coniugato con Gianna Chersoni di Viconovo (Ferrara), era padre di due figli. Risedette sempre nel paese di nascita da cui si allontanò per motivi di studio. Nel 1939 si laureò in legge; il 18 agosto 1940 venne assunto nella pubblica sicurezza tramite concorso ed assegnato alla Questura di Udine, dove rimase sino al febbraio 1943. Durante questo periodo assolse gli obblighi militari come allievo ufficiale prima ad Udine e poi ad Avellino. Lasciata la città friulana prese servizio a Ferrara.

    Note procedimento Venne denunciato alla procura del Regno di Ferrara il 4 giugno 1945 con l’accusa di collaborazionismo e di essere il mandante dell’omicidio di Mario Bisi. Fu rintracciato ad Avellino: sino ad allora, nella provincia di Ferrara, erano corse voci di ogni tipo sulla sua sorte, tra le quali anche che l’ex vice commissario di pubblica sicurezza si fosse nascosto nel boscone della Mesola, motivo per il quale il 29 giugno il Questore dispose «attive e diligenti ricerche per l’arresto del De Sanctis alla cui cattura si annette particolare importanza», inviando alla stazione dei Carabinieri di Mesola anche una sua foto da conservare negli atti del comando stesso. Assieme a De Sanctis venivano ricercati altri quattro componenti del suo gruppo Antonio Manocchio, Domenico Apollonio, Antonio Del Negro e Luigi D’Ercole che si ritenevano fuggiti assieme all’ex vice commissario di pubblica sicurezza. La sua traduzione a Ferrara si rivelò tutt’altro che semplice: il 27 luglio 1945 la prefettura di Ferrara inviò un telegramma al Ministero dell’Interno ed all’omologo ufficio avellinese per sottolineare che il De Sanctis doveva essere assolutamente consegnato ai funzionari che da Ferrara sarebbero partiti per Avellino. Il 4 agosto arrivò a Ferrara un telegramma che bloccava, almeno temporaneamente, il trasferimento, perchè dichiarato dal medico del carcere intrasportabile. I funzionari ferraresi Italo Scalambra e Primo Ghini chiesero un visita controllo alla superiore autorità militare che giunse da Napoli e ne autorizzò il trasporto, in quanto affetto soltanto da una “leggera forma di itterizia”. Imputato per svariati omicidi, di aver torturato e picchiato decine di arrestati, di aver fatto deportare centinaia di antifascisti, la CAS di Ferrara, il 14 ottobre 1945 lo riconobbe colpevole, tra gli altri, degli omicidi premeditati dei cinque partigiani uccisi il 30 dicembre 1945 «per avere[ne] cagionato premeditatamente la morte (…) estorcendone e facendo estorcere dai suoi agenti mediante violenze gravi confessioni di inesistenti delitti, compilandone la denuncia ad un sedicente Tribunale, rifiutandosi di modificare il verbale di confessioni così estorte, col dichiarare al Presidente del Tribunale “quello che è fatto è fatto” e confermandoli poi come unico teste nel cosiddetto processo» e lo condannò alla pena capitale. sentenza al seguito della quale fu immediatamente presentata istanza di grazia. Il procuratore ferrarese scrisse allora a Questore e prefetto pregandoli «di volere – secondo le istruzioni del procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Bologna – esprimere il [loro] parere sulla opportunità di tale concessione». La loro risposta fu esattamente identica, ferma e decisa: «i reati di cui è stato chiamato a rispondere il dott. De Sanctis sono di una gravità eccezionale e il processo svoltosi recentemente ha messo in luce tutta una attività delittuosa svolta dal De Sanctis e dai suoi collaboratori a danno di cittadini rei solo di non aver voluto aderire al movimento fascista repubblicano. Esprimo perciò parere contrario alla concessione della grazia chiesta dal De Sanctis. Un eventuale provvedimento di clemenza produrrebbe pessima impressione nel pubblico». Identica fu anche la posizione del vescovo di Ferrara monsignor Ruggero Bovelli. Poco dopo la condanna alla pena capitale, ricevette una lettera dell’allora segretario di Stato Vaticano Giovan Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, con la quale lo pregava di intercedere presso le preposte autorità ferraresi affinché la fucilazione non fosse eseguita. Monsignor Bovelli rispose scusandosi e dichiarando di non potere fare nulla perché in tutta la provincia, alla sola pronuncia del nome Carlo De Sanctis, la gente ancora tremava. Il 12 febbraio 1946 la Corte di Cassazione discusse il ricorso presentato dall’ex vice commissario di pubblica sicurezza e dai suoi uomini. Un mese prima il prefetto aveva scritto al Gabinetto ed alla Direzione generale di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, sottolineando che «per dovere d’Ufficio, prevengo l’On.le Ministero che un eventuale accoglimento del ricorso avrà certamente gravi ripercussioni sulla situazione dell’ordine pubblico in provincia e specie nel capoluogo». «La Corte suprema – recita un articolo del Corriere del Po del 13 febbraio 1946 - ha annullato la sentenza nei confronti di De Sanctis, Apollonio, Balugani, D’Ercole e Valli per violazione di legge in ordine alla pena di morte». A questo si aggiunse il rinvio alla Corte di Assise Speciale di Bologna affinché questa fissasse la durata dell’isolamento diurno dell’imputato. Una nuova decurtazione della pena, portata a trent’anni, arrivò proprio da quest’ultimo tribunale, nel 1947. Dopo un ulteriore ricorso di Carlo De Sanctis alla Cassazione, per procedere ad una revisione del suo processo, che venne accolto, giunse, il 27 giugno 1951, l’ultima sentenza, quella della corte d’assise di Macerata. Il vice commissario di pubblica sicurezza della Questura ferrarese durante la RSI fu assolto da diverse imputazioni di omicidio: in qualche caso per mancanza di prove, in altri, tra cui per i fatti del 30 dicembre 1944, per non aver commesso il fatto. Dopo appena due mesi fu radiato dal Casellario politico della Questura di Ferrara: a Catanzaro, invece, provincia in cui presumibilmente prese la residenza si ritenne che «non si ravvisa[va] per ora l’opportunità, dati i suoi gravi trascorsi politici, di proporne la radiazione da codesto CPC». Grazie all’intercessione dell’ex capo della provincia Giuseppe Altini, trovò lavoro presso la Pontificia Commissione di Assistenza, divenendo direttore di una sezione dell’ONARMO Il 3 aprile 1962 la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno scrisse ai questori di Catanzaro, Avellino, Ferrara e Perugia comunicando loro che il nominativo di Carlo De Sanctis era stato radiato dal CPC Tra i vari capi di imputazione per i quali fu processato, vi fu quello di concorso nel delitto di quintuplice omicidio aggravato «per avere adoperato maltrattamenti e sevizie allo scopo di estorcere le confessioni da farsi valere innanzi a un sedicente Tribunale (…) con la volontà e la coscienza di cagionare la morte delle vittime». La CAS di Ferrara il 14 ottobre 1945 condannò Apollonio, D\'Ercole, Valli e Balugani alla pena capitale, Manocchio,Lanzarotta e Roversi a 30 anni di carcere. «La Corte di Cassazione, con sentenza del 12 febbraio 1946, accogliendo il ricorso (…) avanzato circa l\'illegalità della pena capitale loro inflitta, siccome già abolita col DLL 10 agosto 1944 n. 244, sostituiva a detta pena quella dell\'ergastolo con l\'aggravamento dell\'isolamento». Fu la Corte d\'Assise di Bologna, il 6 dicembre 1947, a fissare in un anno la durata dell\'isolamento e ad applicare il condono previsto dal Decreto Presidenziale 22 giugno 1946, commutando l\'ergastolo in trenta anni di reclusione. A seguito della assoluzione ottenuta da Carlo De Sanctis il 27 giugno 1951 dinnanzi alla Corte d\'Assise di Macerata, da tutti ventitrè gli omicidi di cui era stato accusato, gli otto componenti della banda, coinvolti indirettamente nell\'omicidio dei cinque partigiani, presentarono istanza di revisione, opponendo l\'inconciliabilità tra la sentenza della CAS ferrarese e quella della corte maceratese. Il 30 novembre 1951 la Cassazione accolse l\'istanza «perchè manca la prova che [abbia] commesso il fatto» e, annulando sia la sentenza di Ferrara sia quella di Bologna, rinviò tutti gli imputati dinnanzi alla Corte d\'Assise d\'Appello di Ancona per un nuovo giudizio. Il 28 luglio 1953 venne promulgata la sentenza: pronunciando in sede di revisione come alla sentenza della Corte di Cassazione del 30 novembre 1951, relativamente alla fucilazione del 30 dicembre 1945, la Corte li assolse per non aver commesso il fatto, poiché, riferendosi alla sentenza che aveva mandato assolto De Sanctis, «mancava ogni nesso di causalità, sia morale che materiale tra l\'attività spiegata dal De Sanctis ed il luttuoso evento» ed osservando, inoltre che il Tribunale Militare che emanò la condanna a morte, assolse alcuni imputati e ne condannò al carcere altri, dimostrando così che l\'attività investigativa e preparatria di De Sanctis, non condusse necessariamente tutti gli imputati alla fucilazione. Se De Sanctis fu assolto, lo dovevano essere anche i suoi uomini che eseguirono i suoi ordini.

  • Giulio Valli

    Nome Giulio

    Cognome Valli

    Ruolo nella strage Collaboratore

    Stato imputato in procedimento

    Note responsabile Giulio Valli, nacque a Forlì, il 18 febbraio 1915. Giornaliero di campagna, agente di pubblica sicurezza. Detenuto dal 3 giugno 1945 al 3 dicembre 1951.

    Note procedimento Tra i vari capi di imputazione per i quali furono processati lui e gli altri uomini di De Sanctis, vi fu quello di concorso nel delitto di quintuplice omicidio aggravato «per avere adoperato maltrattamenti e sevizie allo scopo di estorcere le confessioni da farsi valere innanzi a un sedicente Tribunale (…) con la volontà e la coscienza di cagionare la morte delle vittime». La CAS di Ferrara il 14 ottobre 1945 condannò Apollonio, D\'Ercole, Valli e Balugani alla pena capitale, Manocchio, Lanzarotta e Roversi a 30 anni di carcere. «La Corte di Cassazione, con sentenza del 12 febbraio 1946, accogliendo il ricorso (…) avanzato circa l\'illegalità della pena capitale loro inflitta, siccome già abolita col DLL 10 agosto 1944 n. 244, sostiuiva a detta pena quella dell\'ergastolo con l\'aggravamento dell\'isolamento». Fu la Corte d\'Assise di Bologna, il 6 dicembre 1947, a fissare in un anno la durata dell\'isolamento e ad applicare il condono previsto dal Decreto Presidenziale 22 giugno 1946, commutando l\'ergastolo in trenta anni di reclusione. A seguito della assoluzione ottenuta da Carlo De Sanctis il 27 giugno 1951 dinnanzi alla Corte d\'Assise di Macerata, da tutti ventitrè gli omicidi di cui era stato accusato, gli otto componenti della banda, coinvolti indirettamente nell\'omicidio dei cinque partigiani, presentarono istanza di revisione, opponendo l\'inconciliabilità tra la sentenza della CAS ferrarese e quella della corte maceratese. Il 30 novembre 1951 la Cassazione accolse l\'istanza «perchè manca la prova che [abbia] commesso il fatto» e, annulando sia la sentenza di Ferrara sia quella di Bologna, rinviò tutti gli imputati dinnanzi alla Corte d\'Assise d\'Appello di Ancona per un nuovo giudizio. Il 28 luglio 1953 venne promulgata la sentenza: pronunciando in sede di revisione come alla sentenza della Corte di Cassazione del 30 novembre 1951, relativamente alla fucilazione del 30 dicembre 1945, la Corte li assolse per non aver commesso il fatto, poiché, riferendosi alla sentenza che aveva mandato assolto De Sanctis, «mancava ogni nesso di causalità, sia morale che materiale tra l\'attività spiegata dal De Sanctis ed il luttuoso evento» ed osservando, inoltre che il Tribunale Militare che emanò la condanna a morte, assolse alcuni imputati e ne condannò al carcere altri, dimostrando così che l\'attività investigativa e preparatria di De Sanctis, non condusse necessariamente tutti gli imputati alla fucilazione. Se De Sanctis fu assolto, lo dovevano essere anche i suoi uomini che eseguirono i suoi ordini.

  • Gualtiero Pedrazzo

    Nome Gualtiero

    Cognome Pedrazzo

    Note responsabile Nacque a Boara (Ferrara) il 4 maggio 1909 da Gualtiero e Cleopatra Resca.

    Note procedimento Venne arrestato a Torino il 18 maggio 1945. Il fascicolo personale della Questura di contiene le denunce di Olga ed Elvise Contrastini di Jolanda di Savoia, parenti di Cimbro, fucilato il 30 dicembre 1944. Il 19 agosto 1945 nel primo interrogatorio sostenuto dopo il suo arrivo alle fasanare di Codigoro, Pedrazzi confermò la sua partecipazione all’arresto di Olao Pivari e Mario Bonamico, ma disse di non sapere nulla della fucilazione di Ticchioni e Villa. Aggiunse anche di non aver fatto parte del plotone che agì il 30 dicembre 1944 di fronte al muretto del cimitero. Ammise di aver «bastonato qualche detenuto politico», ma che non ne ricordava il nome. Aggiungendo di essere entrato nelle Brigate Nere nel febbraio del 1944 semplicemente come portaordini e piantone. Nonostante il ricovero all’ospedale per le gravi condizioni di salute, il medico provinciale autorizzò il suo trasporto sia a Bologna sia a Perugia. La corte umbra lo assolse dalle accuse per insufficienza di prove dal concorso in omicidio e per amnistia dal collaborazionismo. L’8 dicembre 1948 tornò libero, ma per le sue gravi condizioni venne ricoverato nell’ospedale S. Anna di Ferrara dove morì il 23 dicembre 1950.

  • Gualtiero Tartari

    Nome Gualtiero

    Cognome Tartari

  • Gualtiero Tarteri

    Nome Gualtiero

    Cognome Tarteri

    Stato imputato in procedimento

    Note responsabile Nacque a Ferrara il 31 maggio 1896. Impiegato. Coniugato. Arrestato il 25 ottobre 1945, era stato squadrista e marcia su Roma ed iscritto al PNF dal 10 dicembre 1921, segretario politico del fascio berrese dal 1921 al 1933 ed ispettore federale dal 1928 al 1933 in una zona periferica di Ferrara. Ai primi di novembre 1943 aderì al PFR. Il 29 ottobre era stato richamato nella GNR, svolgendo servizio nella caserma di via Palestro di Ferrara e quindi all\'uffici matricola della 75° legione, seguendo l\'ufficio a Copparo quando vi si trasferì e quindi a Corlo (frazione di Coparo) a causa di un bombardamento, dove rimase sino al 20 aprile 1945 ripiegando successivamente a Terrazzo (VR). Fece parte del Tribunale speciale di Guerra che si riunì a Codigoro alla fine del 1944 e che condannò a morte cinque antifascisti uccisi nei pressi del cimitero. Il mattino del 28 dicembre, assieme al capitano Mario Orlando di Ferrara, al maggiore Silvio Guerzoli, al capitano Giovanni Gualdrini venne portato a Codigoro. Là erano già presenti il presidente del Tribunale colonnello Onofaro di Bologna ed un non meglio precisato giudice. Al processo presenziarono anche Ugo Jannuzzi e Carlo De Sanctis. Fece anche parte del Tribunale Speciale che giudicò, a Copparo, dieci partigiani, condannandone tre alla pena capitale.

    Note procedimento Il 10 luglio 1946 la Sezione Speciale della Corte di Assise di Ferrara dichiarò il non doversi procedere nei suoi confronti in ordine all\'imputazione di collaborazionismo per estiznione del reato in seguito ad amnistia. Il suo fascicolo del Casellario politico ferrarese venne chiuso nel 1951

  • Guido Martirani

    Nome Guido

    Cognome Martirani

    Ruolo nella strage Collaboratore

    Stato imputato in procedimento

    Note responsabile Guido Martirani, nacque a Vibo Valentia il 16 febbraio 1921. Capitano di artiglieria, elemento del Tribunal Militare di Padova che fu il relatore della sentenza. Su di lui esisteva già una denuncia della questura patavina per aver fatto parte del tribunale militare di Piove di Sacco. Il giudice istruttore archiviò questa denuncia il 5 agosto 1946.

    Note procedimento In una nota del 9 dicembre 1947 della questura di Catanzaro si ricorda che Guido Vittorio Martirani era giudice presso il tribunale di Vibo Valentia, pur essendo, al contempo, nell\'elenco dei fascisti da vigilare. Il suo fascicolo fu chiuso nel novembre 1950.

  • Lucio Cecchi

    Nome Lucio

    Cognome Cecchi

    Note responsabile Nacque il 3 marzo 1909 a Final di Rero frazione del comune di Tresigallo da Antonio e Tonina Bertasi. Dipendente della Banca d’Italia, risiedeva a Ferrara in via Borgo dei Leoni, 65.

    Note procedimento Fu denunciato da Olga ed Elvisa Contrastini per l’uccisione di Cimbro Contrastini. Alfideo Vaccari lo indicò anche come membro del plotone che fucilò i tre partigiani ad Ariano ferrarese. La Questura, non riuscendo a rintracciarlo, raccolse informazioni sulla sua attività politco-militare in città. Entrò nelle Brigate Nere nel gennaio 1944 venendo assegnato subito al distaccamento di Codigoro, ma solo come «semplice gregario». Dopo il 25 aprile 1945 si recava quotidianamente alla Certosa di Ferrara, sulle tombe della moglie e di due figli deceduti nel rifugio della Banca d’Italia in via Borgo dei leoni durante il bombardamento del 28 gennaio 1944. «Deducesi pertanto che il Cecchi Lucio (da quanto asseriscono coloro che lo conobbero) fu spinto ad iscriversi nelle bb.nn. per il dolore ed il bisogno di sfogo che lo invadevano, dopo il decesso dei suoi precitati». In un verbale redatto su richiesta della commissione di epurazione del ministero del tesoro il 19 aprile 1946, l’agente di pubblica sicurezza Bruno Brunetto scrisse: «L’8 maggio 1945 il Cecchi come al solito si recò al suddetto cimitero: erano le 15 pomeridiane, nell’interno del camposanto in parola fu incontrato da due o più individui in abiti civili, i quali forzatamente, lo condussero con sé a bordo di un’autovettura, dopo di che non si ebbe più alcuna notizia del Cecchi, come non la si ha tuttora». Le ricerche per rintracciare Lucio Cecchi proseguirono. Il procedimento per l’accusa di collaborazionismo risultava ancora in fase istruttoria nell’estate del 1951. In realtà la procura aveva già pronunciato la sentenza di non doversi procedere per amnistia il 30 giugno 1947, ma il 9 agosto la sezione istruttoria della corte d’appello di Bologna aveva disposto che l’istruttoria fosse riaperta. Il 30 luglio 1947 la sezione istruttoria della corte istruttoria di Bologna chiese la sospensione del procedimento nei confronti di Lucio Cecchi, poiché riteneva sufficientemente fondata l’ipotesi che fosse stato ucciso per motivi politici. Nonostante questa richiesta il fascicolo proseguì il suo iter. L’incartamento venne quindi nuovamente trasmesso al giudice istruttore di Ferrara; nello stesso procedimento erano coinvolti, Walter Barioni Raffaele Margutti ed Ernesto Frignani. Il 13 luglio 1957 il tribunale di Ferrara dichiarò il non doversi procedere per il reato di collaborazionismo perché l’imputato era stato dichiarato deceduto. La sentenza di morte era già stata pronunciata dal tribunale di Ferrara il 26 febbraio 1951. Il su fascicolo personale fu chiuso nel 1953.

  • Nino Transforini

    Nome Nino

    Cognome Transforini

    Note responsabile Nacque il 23 gennaio 1905 a Comacchio (FE) da Gaetano e Antonia Mantovani. Era un operaio e nel secondo dopoguerra visse a Mesola.

    Note procedimento Dichiarò di aver fatto parte delle Brigate Nere comandate da Alfideo Vaccari, a partire cioè da quando Ugo Jannuzzi fu trasferito all’Ufficio ‘I’ di Ferrara. Fu fermato il 7 ottobre 1945 dai Carabinieri di Mesola. Interrogato tre settimane dopo, dichiarò di non aver mai partecipato ad alcun arresto o rastrellamento, ne di aver mai picchiato detenuti. Aggiunse di aver sempre fatto il piantone di caserma e di non essere mai uscito in pattuglia. Respinse l’accusa mossagli da Oliviero Bruini di aver fatto parte sia del plotone che agì lungo il muro del cimitero di Codigoro sia di quello che sparò ad Ariano ferrarese. Fu prosciolto in istruttoria dal reato di collaborazionismo.rnUn mese più tardi sono sempre i Carabinieri di Mesola a non proporlo per un provvedimento di polizia «per il suo tenore, e comportamento di vita» (le sue condizioni di vita vennero definite misere ed inoltre doveva mantenere cinque figli in tenera età). Il suo fascicolo personale fu chiuso nel novembre 1951.

  • Pasquale Staglianò

    Nome Pasquale

    Cognome Staglianò

    Ruolo nella strage Collaboratore

    Stato imputato in procedimento

    Note responsabile Nacque il 15 ottobre 1910 a Chiaravalle centrale (CZ). Avvocato, dichiarò di essersi iscritto al PNF e successivamente, nel 1938, di essere entrato nella MVSN ma di non aver mai ricopetro cariche politiche. Il 6 gennaio 1941 venne richiamato nella Milizia come tenente ed assegnato alla 164° compagnia mitraglieri. Alla fine di settembre del 1943 riprese servizio su ordine del comando della 82° legione. A metà novembre 1943 fu trasferito al comando della 76° legione di Copparo ed assegnato come ufficiale subalterno ad una compagnia di mitraglieri, rimanendovi fino alla fine dell\'anno. Dal 1° gennaio al 10 giugno 1944 fu aiutante maggiore in seconda del 3° battaglione territoriale, formato da tre compagnie: una a Berra, una a Mesola ed una a Codigoro. Il 10 giugno, dopo lo scioglimento del battaglione, fu inviato a Portomaggiore alle dipendenze del capitano Pietro Sorce, ma fu subito fatto rientrare a copparo, dove rimase sino alla fine del novembre 1944 quale ufficiale addetto ai servizi di istituto, svolgendo mansioni di polizia giudiziaria, contro renitenti, disertori e ladri. «Preciso, però non per ordine mio poiché non facevo altro che trasmettere alle varie stazioni della città e provincia le varie richieste di arresto pervenutemi dai comandi superiori». Fu nominato da Giovanni Ravaglioli giudice del tribunale straordinario che condannò a morte tre antifascisti a Copparo. Fu nominato giudice del tribunale militare di Codigoro che da Padova si spostò nel basso ferrarese con una lettera del colonnello Rebesani; fu Staglianò in persona a consegnare degli incartamenti ai giudici il 28 dicembre 1944.

    Note procedimento Nei capi di imputazione si fece riferimento alle due vicende processuali, specificando la sorte toccata a otto antifascisti. Il 10 luglio 1946 la Sezione Speciale della Corte di Assise di Ferrara dichiarò il non luogo a procedere nei suoi confronti per estinzione del reato lo ascritto in seguito ad amnistia. Il suo fascciolo nell\'archivio della questura ferrarese fu chiuso nel 1952.

  • Ugo Jannuzzi

    Nome Ugo

    Cognome Jannuzzi

    Note responsabile Nacque primo luglio 1908 Canosa di Puglia (BT), coniugato padre di un figlio, soffriva di zoppia alla gamba destra a causa di ferite subite in guerra. Geometra, era stato in servizio presso il quinto stormo aereo in Africa Settentrionale. «Trattasi in conclusione di un elemento privo di scrupoli, molto cattivo, brutale e sanguinario. E’ il degno compagno del commissario di PS De Sanctis della squadra politica che agiva in Codigoro, in combutta con Jannuzzi» recita una relazione dei carabinieri.

    Note procedimento Arrestato a Milano fu denunciato per il concorso in almeno 19 omicidi, arresti e deportazioni, e collaborazionismo. Giunse in città la sera del 21 gennaio 1946: interrogato, Jannuzzi raccontò della creazione del fascio repubblicano di Codigoro per volontà del federale Igino Ghisellini, del suo ritorno in aeronautica, del conseguente congedo e del definitivo ritorno a Codigoro. Cercò di ridurre le proprie colpe affermando che gli arresti erano stati autorizzati dal federale Ciro Randi. Affermò di non essere stato presente nei giorni in cui si verificarono molti degli omicidi, ammettendo di aver dato l’ordine di fucilazione per Pivari, Bonamico e Bonaccorsi, soltanto perché precedentemente «il federale [aveva ordinato] che fossero passati per le armi la notte stessa». Infine, si meravigliò che i compagni lo avessero coinvolto direttamente nelle fucilazioni della zona del codigorese, ipotizzando che le testimonianze fossero state estorte con violenza. Le udienze dinnanzi alla CAS di Ferrara furono subito sospese perchè alla simulazione di uno sputo di un teste, Jannuzzi rispose lanciando il suo bastone, scatenando il tentativo da parte del pubblico di assalire la gabbia in cui erano stati rinchiusi gli imputati. Il procedimento fu trasferito, per legittima suspicione, a Bologna, dove non si tenne alcuna udienza ed il 15 dicembre 1947 subì un ulteriore trasferimento, sempre per legittima suspuicione, presso la corte d\'assise di Perugia. La sentenza fu promulgata un anno dopo, l’8 dicembre 1948: condanna a ventiquattro anni, di cui sedici immediatamente condonati, per collaborazionismo politico ed omicidio volontario aggravato ma venne assolto dall\'imputazione di concorso in omicidio per i fatti del 30 dicembre 1944

  • Ugo Roversi

    Nome Ugo

    Cognome Roversi

    Ruolo nella strage Collaboratore

    Stato imputato in procedimento

    Note responsabile Ugo Roversi, nacque ad Albarea (FE), il 13 marzo 1899. Agente di pubblica sicurezza, fu detenuto dal 23 maggio 1945 al 30 novebre 1951.

    Note procedimento Tra i vari capi di imputazione per i quali furono processati lui e gli altri uomini di De Sanctis, vi fu quello di concorso nel delitto di quintuplice omicidio aggravato «per avere adoperato maltrattamenti e sevizie allo scopo di estorcere le confessioni da farsi valere innanzi a un sedicente Tribunale (…) con la volontà e la coscienza di cagionare la morte delle vittime». La CAS di Ferrara il 14 ottobre 1945 condannò Apollonio, D\'Ercole, Valli e Balugani alla pena capitale, Manocchio, Lanzarotta e Roversi a 30 anni di carcere. «La Corte di Cassazione, con sentenza del 12 febbraio 1946, accogliendo il ricorso (…) avanzato circa l\'illegalità della pena capitale loro inflitta, siccome già abolita col DLL 10 agosto 1944 n. 244, sostiuiva a detta pena quella dell\'ergastolo con l\'aggravamento dell\'isolamento». Fu la Corte d\'Assise di Bologna, il 6 dicembre 1947, a fissare in un anno la durata dell\'isolamento e ad applicare il condono previsto dal Decreto Presidenziale 22 giugno 1946, commutando l\'ergastolo in trenta anni di reclusione. A seguito della assoluzione ottenuta da Carlo De Sanctis il 27 giugno 1951 dinnanzi alla Corte d\'Assise di Macerata, da tutti ventitrè gli omicidi di cui era stato accusato, gli otto componenti della banda, coinvolti indirettamente nell\'omicidio dei cinque partigiani, presentarono istanza di revisione, opponendo l\'inconciliabilità tra la sentenza della CAS ferrarese e quella della corte maceratese. Il 30 novembre 1951 la Cassazione accolse l\'istanza «perchè manca la prova che [abbia] commesso il fatto» e, annulando sia la sentenza di Ferrara sia quella di Bologna, rinviò tutti gli imputati dinnanzi alla Corte d\'Assise d\'Appello di Ancona per un nuovo giudizio. Il 28 luglio 1953 venne promulgata la sentenza: pronunciando in sede di revisione come alla sentenza della Corte di Cassazione del 30 novembre 1951, relativamente alla fucilazione del 30 dicembre 1945, la Corte li assolse per non aver commesso il fatto, poiché, riferendosi alla sentenza che aveva mandato assolto De Sanctis, «mancava ogni nesso di causalità, sia morale che materiale tra l\'attività spiegata dal De Sanctis ed il luttuoso evento» ed osservando, inoltre che il Tribunale Militare che emanò la condanna a morte, assolse alcuni imputati e ne condannò al carcere altri, dimostrando così che l\'attività investigativa e preparatria di De Sanctis, non condusse necessariamente tutti gli imputati alla fucilazione. Se De Sanctis fu assolto, lo dovevano essere anche i suoi uomini che eseguirono i suoi ordini.

Memorie

Memorie legate a questa strage

  • commemorazione a

    Tipo di memoria: commemorazione

    Descrizione: Le tradizionali deporizioni di corone nella piazza sotto la lapide che ricorda diversi caduti nel territorio codigorese

  • onorificenza alla persona a

    Tipo di memoria: onorificenza alla persona

    Descrizione: Medaglia d\'argento al valor militare concessa a Angelo Previati

  • lapide a Codigoro, municipio

    Tipo di memoria: lapide

    Ubicazione: Codigoro, municipio

    Anno di realizzazione: 1947

    Descrizione: Sulla facciata del comune di Codigoro è presente una lapide contenente questo testo: “IN QUESTO ALBO DI MARMO / STANNO INCISI I NOMI / DI EROI TRUCIDATI / SULLA CONTESA MARCIA DELLA LIBERTA’ / DALL’8 SETTEMBRE 1943 AL 22 APRILE 1945 / GLORIA DELLE GENERAZIONI PRESENTI / ESEMPIO DELLE FUTURE”. Segue l’elenco dei caduti: tra cui vi sono anche i nomi dei cinque patrioti fucilati. L’epigrafe riprende poi con con: ”DA QUESTA PIETRA / UN TORRENTE DI LUCE SI SPRIGIONA / AMMONISCE I TARDI / RAMPOGNA I VILI E I TRADITORI / RIVENDICA I MORTI / CHE MANTENGONO VIVA E SEMPITERNA LA PATRIA / TESTIMONI GLORIOSI / CHE PUO’ ANCHE ALL’ITALIA / MANCARE IL SENNO E LA FORTUNA / NON IL VALORE DEI SUOI FIGLI / FATE CHE NOI / PER LA PATRIA E PER LA LIBERTA’ / NON SIAMO MORTI INVANO / 14 febbraio 1947”.

Bibliografia


Davide Guarnieri, Ludovico Ticchioni un liceale partigiano, Ferrara, TLA, 1998
Davide Guarnieri, Il comandante Pietro, Corbo, Ferrara, 2008

Sitografia


Fonti archivistiche

Fonti

ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 6, f. 114
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 10, f. 256
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 26, f. 762
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 41, f. 1313
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 35, f. 1120
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 48, f. 1559
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 52, f. 1706
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 72, f. 2407
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 44, f. 1404
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 44, f. 1412
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 110, f. 3817
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 112, f. 3891
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 71, f. 2361
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 136, f. 4687
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A4a, I° versamento, b. 8, f. 442
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A4a, I° versamento, b. 21, f. 1061
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 104, f. 3564
ASFe, Questura, gabinetto, cat. A8, I° versamento, b. 133, f. 4577
ASFe, Questura, gabinetto, cat. E1, I° versamento, b. 34, f. 2331
ASBo, Corte d\'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 30, sentenza n. 47, 4 ottobre 1946
ASBo, Corte d\'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 28, sentenza n. n. 46 del 18 agosto 1945
ASBo, Corte d\'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 30, sentenza del 10 luglio 1946
ASBo, Corte d\'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 29, sentenza n. 79, 20 settembre 1945
ASBo, Corte d\'Assise, Sentenze, CAS Ferrara volume 29, sentenza del 14 ottobre 1945
ASFi, Corte d\'Assise di Firenze, 1954, fascicolo 22, procedimento contro Ugo Jannuzzi ed altri